Che cosa può avere in comune Giacomo Leopardi con la fisica moderna? A prima vista, ben poco. Leopardi non conosceva la relatività, la meccanica quantistica o la moderna cosmologia. Eppure alcune delle domande che attraversano la sua poesia e il suo pensiero sembrano acquistare una nuova profondità alla luce delle grandi rivoluzioni scientifiche del Novecento.
Che cos’è l’infinito? Quali sono i limiti della nostra conoscenza? Che cos’è il vuoto? Perché il tempo sembra procedere in una sola direzione? Quale posto occupa l’uomo nell’immensità del cosmo? L’universo possiede uno scopo? E che cosa resta all’uomo quando scopre di non esserne il centro?
Dall’Infinito al Canto notturno di un pastore errante dell’Asia, dal Dialogo della Natura e di un Islandese alla Ginestra, questo libro mette Leopardi in dialogo con Einstein, Heisenberg, Bohr, la termodinamica, la meccanica quantistica e la cosmologia contemporanea. Ne nasce un viaggio fra poesia, filosofia e scienza nel quale le analogie vengono esplorate, ma anche sottoposte a verifica, distinguendo ciò che appartiene alla suggestione poetica da ciò che la fisica può realmente affermare.
Fino alla domanda decisiva: se la Natura non è costruita per la nostra felicità e l’Universo non ci assegna un fine, dobbiamo considerarci insignificanti? È nella Ginestra che Leopardi indica una possibile risposta: riconoscere la nostra comune fragilità e trasformarla in «social catena», in solidarietà fra uomini che sanno di abitare insieme un Universo che non ruota intorno a loro. Leopardi non aveva previsto la Fisica moderna. Ma le sue domande continuano a interrogarci anche dopo che la fisica ha cambiato la nostra idea dell’universo.


