Il tempo del passaggio di un’antilope
La piccola leonessa di nome Maisha affronta ogni giorno sfide più grandi di lei. Ispirata alla storia reale di Anastasia, una bambina affetta da epilessia PCDH19, questa favola nasce dal cuore dei suoi genitori per spiegare, con delicatezza e verità, cosa significa convivere con una malattia rara. Con il coraggio, la pazienza e la curiosità che solo i bambini possiedono, scopre il significato profondo della parola vita. Attraverso i colori della savana e le avventure di Maisha e dei suoi amici, il racconto invita a guardare la diversità come una forma di forza, e la fragilità come un punto di partenza per crescere insieme.
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La tringhillanza
Il volume è composto da due parti. La prima dedicata alla metodologia adottata nella ricognizione lessicale, alle ragioni storiche, alle evidenze linguistiche e socio-ambientali, agli elementi di morfologia e sintassi e a un’ampia e inedita rassegna di proverbi e modi di dire. Arricchiscono e chiudono la prima parte due contributi storico-tradizionali: uno sulla irrisolta questione dell’origine del toponimo Tito, l’altro sui fuochi di S. Giuseppe che l’autore inquadra in una singolare tipicità della catena appenninica e delle sue tredici regioni. La seconda parte presenta 866 lemmi in tavole comparative dei dialetti di Tito, Picerno, Potenza, Pignola, Pietragalla, Trecchina, Vaglio e Ripacandida.
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L’Italia che non vuole cambiare
L’Italia che non vuole cambiare è un’opera lucida e provocatoria che invita il lettore a guardarsi dentro e a interrogarsi sullo stato reale del nostro Paese. Il volume affronta con coraggio alcuni nodi centrali della società italiana: il culto del posto fisso; il tradimento del merito e la fuga dei cervelli; la politica distante dai cittadini; il ruolo della paura e della sicurezza come strumenti di consenso; l’impatto delle lobby, delle guerre e delle economie di potere sulla vita quotidiana… Con uno stile diretto, a tratti volutamente scomodo, l’autore non offre formule preconfezionate né soluzioni facili: propone invece uno specchio in cui riflettere e, se necessario, da rompere. Il libro si rivolge a chi è stanco di slogan e desidera comprendere le radici profonde della stagnazione italiana, ma anche a chi vuole credere che un futuro diverso sia possibile.
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Le iscrizioni latine di Potenza in età imperiale
Il libro una sintetica storia di Potenza in età romana e la trascrizione di tutte le epigrafi latine rinvenute, ad oggi, nella città. A Giuseppe Rendina (1609-1673) si deve la prima trascrizione di 21 iscrizioni latine rinvenute nel territorio potentino. Agli inizi dell’800, Emanuele Viggiano (1770-1840) ha trascritto complessivamente 40 iscrizioni, molte delle quali già edite dal Rendina. A metà dell’800, Theodor Mommsen (1817-1903) nel Corpus Inscriptionum Latinarum (C.I.L.) ha trascritto un totale di 56 iscrizioni. Dopo il Mommsen il corpus delle iscrizioni potentine si è ulteriormente accresciuto di altre 17 unità arrivando oggi a contare complessivamente 71 iscrizioni latine e 2 in lingua greca. Le epigrafi raccontano la storia della città, dalle origini lucane alla trasformazione in municipium romano, fino alle prime presenze cristiane ed ebraiche. Un’opera che unisce rigore scientifico e chiarezza divulgativa, offrendo agli studiosi e ai lettori uno sguardo nuovo sulle radici più antiche della città di Potenza.
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La deriva
La deriva è la storia di Francesca, giovane giornalista praticante in un’agenzia stampa. La narrazione parte da un fatto di cronaca, la morte di D’Antona, per passare, poi, a servizi e inchieste inquietanti che documentano il degrado nelle periferie urbane, percorsi di perdizione attraverso l’uso di droga e alcool che rendono i nostri giovani vulnerabili e facili prede di santoni che fanno del misticismo un modo per ingrossare il proprio portafoglio. Altre inchieste documentano lo sfruttamento della Terra fatto a scapito delle popolazioni residenti che soccombono allo strapotere di compagnie transnazionali. La lectio magistralis, che Francesca tiene ad un corso di new journalism, manifesta l’impotenza di una libera stampa nei confronti di un potere che tutto tacita e tutto sottomette.
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Antologia salandrese, il vissuto di un popolo e del suo territorio
Antologia Salandrese. Il vissuto di un popolo e del suo territorio è un’opera collettiva che racconta la storia, la cultura e l’anima di Salandra, piccolo comune lucano custode di un ricco patrimonio immateriale. Dall’etimologia mitologica del nome, legata al dio Acheloo, ai riti religiosi della Madonna del Monte, dalla frana che inghiottì la cappella di San Donato fino alle lotte risorgimentali e al brigantaggio postunitario, il libro attraversa secoli di storia con rigore e passione.
Un mosaico narrativo che intreccia fonti storiche, racconti orali e tradizioni popolari per restituire la voce autentica di una comunità. Un testo prezioso per chi ama la storia locale, l’antropologia culturale e le narrazioni identitarie del Sud Italia.
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Ho studiato solfeggio nella stazione di Matera
Questo libro non è solo una raccolta di storie, ma un viaggio intimo e potente attraverso la memoria, l’ironia e le contraddizioni di una generazione che ha vissuto l’inquietudine come compagna di strada.
Fra la stazione di Matera e le piazze dei paesi lucani, fra concerti improvvisati, collegi claustrofobici e sogni di rockstar, Daniela ci racconta – con la voce libera di chi non ha mai accettato di stare zitta – una realtà ruvida e meravigliosamente imperfetta. Con una scrittura vibrante e pungente, l’autrice dà voce a una femminilità che non si lascia definire, a un’intelligenza emotiva che sfida la banalità e alla tenacia lucana che resiste, canta, danza e sogna, anche nei giorni storti. Chi legge questo libro, non leggerà solo delle storie. Entrerà in un mondo. E forse, ne uscirà un po’ più libero.
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Mefite, l’ultima dea madre
In contrada Rossano di Vaglio Basilicata, nel IV sec. a.C., gli Osco-lucani, provenienti dall’Umbria, costruirono un grande santuario dedicato alla Dea Mefite. Gli scavi, effettuati dal 1966 al 2007, hanno portato al ritrovamento di 59 iscrizioni in lingua osca scritte con caratteri alfabetici greci (tra la fine del IV sec. a.C.) e latini (dalla fine del II sec. al I a.C). Le iscrizioni si riferiscono a dediche pubbliche e private. Ben 14 iscrizioni si riferiscono alla Dea Mefite che è la divinità più venerata nel Santuario, ma non la sola. Ci sono, infatti, iscrizioni che riportano i nomi di Mamerte, Giove, Venere, Oina ed Ercole. A Michel Lejeune, ricercatore francese giunto a Vaglio alla fine degli anni Sessanta del secolo scorso, si deve la più completa e sistematica esegesi paleografica, linguistica e storica di tutte le iscrizioni ritrovate a Vaglio.
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Concilium
Durante la seconda sospensione del Concilio di Trento, indetto da papa Paolo III nel 1545 e osteggiato dal papa regnante Paolo IV, il giovane Pietro, appartenente a una comunità valdese della Calabria cosentina, intreccia una relazione apparentemente fugace con Anna, la figlia del signore locale. La loro frequentazione si interrompe per la partenza di lei alla volta di Salerno, ospite dell’illuminato arcivescovo Seripando, e di lui presso i correligionari del foggiano, ivi indirizzato dal “barba” Giovanni, suo anziano mentore. Quest’ultimo gli ha affidato due originali elaborati, l’uno che sintetizza in versi le dispute religiose in atto, l’altro rappresentato da un irriverente gioco matematico, ma entrambi collegati all’equazione cubica, da poco risolta da valenti maestri d’abaco. Sarà per Pietro l’inizio di un percorso di emancipazione, da Roma a Venezia, da Ginevra a Trento, caratterizzato da una nuova consapevolezza di sé ma scandito dagli anatemi dei decreti “de fide” dei padri conciliari. Stimolato e ammaliato da donne anticonformiste rispetto alla sua Anna, come l’altera Beatrice, valdese dai nobili natali, e la muta Marieta, domestica “sui generis” al servizio della Serenissima, proverà allora a districarsi tra “spirituali” italiani e calvinisti ginevrini, tra processi per “sollicitatio ad turpia” e sanguinosi eccidi di eretici, in una cristianità dilaniata da feroci contrapposizioni che il Concilio tridentino riuscirà solo parzialmente a ricomporre.
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Iconografie del paesaggio lucano
Gerardo Corrado vive a Potenza. Insegnante, per brevi periodi, in alcune scuole dell’Appennino lucano, viene in contatto con l’estrema povertà dell’interno della regione. Dopo il servizio militare, per tre anni, è insegnante dei minori presso il Carcere Giudiziario di Potenza. Nel 1969 lascia Potenza e va a insegnare nella periferia romana (Primavalle). Qui l’intreccio tra sviluppo e sottosviluppo lo impegna politicamente con proposte contro l’emarginazione e il disadattamento. Ma non cessa i legami con la sua regione nativa. Roma è solo la “Capitale del Sud” dove si scarica il peso di un’opposizione mai risolta in Italia: quella tra città e campagna. È proprio riflettendo sul contrasto tra città e campagna che Corrado fa il suo incontro con il pensiero di Giustino Fortunato, il primo, tra gli storici e gli studiosi del tempo, che indicherà agli italiani l’esistenza di due Italie, non solo economicamente, ma, anche moralmente. Il catalogo presenta 30 dipinti a colori e 32 disegni in bianco e nero.
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